Rina Laveder e la battaglia per la cittadinanza italiana: «Siamo cresciuti ascoltando la nonna leggere lettere e cartoline»

La Cassazione ha riconosciuto la cittadinanza italiana a una famiglia venezuelana, aprendo nuove possibilità per discendenti di emigranti del Nordest.

Una famiglia venezuelana scopre la sua origine italiana dopo una sentenza della Cassazione, con documenti storici che rivelano radici in Veneto
Una famiglia venezuelana scopre la sua origine italiana dopo una sentenza della Cassazione, con documenti storici che rivelano radici in Veneto

La sentenza della Cassazione, resa a fine luglio, ha riconosciuto che Gustavo Alfredo Monasterios, figlio di Rina Laveder, è venezuelano per suolo ma anche italiano per sangue, con effetto analogo sulla sua famiglia. La decisione, che ha fatto il giro del mondo, ha aperto nuove possibilità per discendenti di emigranti del Nordest, come il caso di Rina, una bellunese che lasciò Gosaldo per cercare fortuna in Sudamerica tra le due guerre. La famiglia, dopo anni di battaglie legali, ha finalmente ottenuto il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, un traguardo che ha messo in luce l’importanza della memoria e della ricerca delle radici.

Una battaglia durata dieci anni

«È una battaglia che portiamo avanti da dieci anni», ha concluso Gustavo Aurelio Monasterios, nipote di Rina. Il percorso per ottenere la cittadinanza italiana è stato accidentato, soprattutto per i figli di donne italiane nati prima del 1° gennaio 1948, che non potevano chiederla per via amministrativa ma solo in sede giudiziaria. «Soddisfacevo tutti i requisiti per essere italiano, ma mancava ancora quell’ultimo passaggio», ha spiegato il nipote, che ha seguito il caso con attenzione e partecipazione attiva, intraprendendo un master a Milano per comprendere meglio le origini della nonna.

La svolta è arrivata con il verdetto della Suprema Corte, che ha accolto il ricorso patrocinato dagli avvocati Leo Piccininni e Monica Lis Restanio. Il processo ha comportato una mole enorme di pratiche burocratiche e un pesante onere economico, con l’incertezza sul futuro che ha messo a dura prova la salute mentale della famiglia. La battaglia non è stata facile, ma la famiglia ha deciso di proseguire, convinti che la vittoria fosse parte del vincere la guerra.

La memoria come strumento di identità

«Siamo cresciuti ascoltando la nonna leggere lettere e cartoline», ha ricordato Gustavo Aurelio, sottolineando come l’identità italiana fosse un messaggio chiave trasmesso nella famiglia. Rina Laveder, nata nel 1923 a Gosaldo, aveva sposato Pedro Josè Monasterios e nel 1946 aveva dato alla luce Gustavo Alfredo. Nel 1954, la donna era naturalizzata venezuelana, ma non aveva mai perso la sua identità italiana. «Non ha mai perso la sua identità italiana; era come se vivesse ancora lì», ha spiegato il nipote, che ha sottolineato come la nonna avesse sempre visto in sé una parte italiana, anche se non fosse più in possesso dei documenti.

La vicenda di Rina Laveder ha trovato eco anche in altri casi simili, come quello dell’istriana Marisa Carpenetti, la nonna dell’australiano Mitchell Bowden. La donna, nata nel 1938 a Pola, era parte del Regno d’Italia ma, dopo la guerra, è diventata jugoslava. Dopo la morte del marito, Marisa è stata mandata in un orfanotrofio, e la famiglia emigrò in Australia. «Siamo cresciuti ascoltando la nonna leggere lettere e cartoline», ha detto Bowden, che ora cerca di aiutare la nonna a recuperare la cittadinanza italiana. La memoria è un potere, e la ricerca delle radici può riconoscere l’identità.

La sentenza della Cassazione ha aperto nuove porte per famiglie con radici italiane, anche se lontane nel tempo e nello spazio. «La memoria è un potere», ha detto Gustavo Aurelio, ricordando come la nonna avesse sempre visto in sé una parte italiana, anche se non fosse più in possesso dei documenti. La battaglia per la cittadinanza iure sanguinis è un esempio di come la ricerca delle radici possa riconoscere l’identità e rafforzare i legami con il passato.