Moussa Sangare, disturbo misto di personalità ma capace di intendere e volere all’omicidio di Sharon Verzeni
L’omicida di Sharon Verzeni, Moussa Sangare, è stato giudicato capace di intendere e volere nonostante disturbi di personalità.

Moussa Sangare, l’uomo accusato dell’omicidio di Sharon Verzeni a Terno d’Isola (Bergamo), è stato ritenuto capace di intendere e volere nonostante fosse affetto da disturbi di personalità. La perita incaricata dalla Corte d’Assise di Bergamo ha stabilito che il 30enne, nato a Milano da genitori originari del Mali, soffriva di un disturbo misto di personalità di tipo narcisistico e antisociale, accompagnato da un uso di cannabinoidi. Tuttavia, i disturbi non hanno influenzato la sua capacità di comprendere la realtà, né sono stati segnalati sintomi di delirio o alterazioni della percezione.
Disturbi di personalità, ma capacità di discernimento
La perita ha descritto Sangare come un soggetto alla ricerca di esperienze eccitanti e adrenaliniche, poco propenso a considerare le conseguenze per sé e per gli altri. L’esperta, Giuseppina Paolillo, direttrice dell’Unità operativa complessa ‘Residenze psichiatriche e psicopatologia forense’ dell’Ausl di Parma, ha sottolineato che il disturbo non ha impedito a Sangare di comprendere le azioni che ha compiuto. L’uomo, infatti, è stato giudicato capace di intendere e volere anche in un precedente processo, in cui era stato condannato a tre anni e otto mesi per maltrattamenti ai danni della sorella e della madre. In quel caso, la psichiatra Valentina Stang aveva stabilito che Sangare era “anaffettivo” e concentrato sul desiderio di guadagnare, pur vivendo di lavoretti saltuari e poco redditizi.
La prossima udienza del processo per l’omicidio di Sharon Verzeni è prevista per il 22 settembre. Dopo l’arresto, Sangare aveva ammesso le proprie responsabilità, ma aveva poi ritrattato alla prima udienza, spiazzando il suo difensore, l’avvocato Giacomo Mai. L’atteggiamento dell’imputato, descritto come “fatuo e superficiale”, non ha mostrato sensi di colpa né rimorsi per l’atto commesso. La sua incapacità di riconoscere o identificarsi con le necessità e i sentimenti altrui è emersa chiaramente nel corso delle indagini e del processo.
Un comportamento non adattivo e una mancanza di empatia
Sangare non ha dimostrato sensi di colpa né rimorsi per l’omicidio, nonostante la sua capacità di discernimento. L’esperta ha stabilito che il disturbo non ha impedito a Sangare di comprendere le conseguenze delle sue azioni, ma ha influenzato il suo modo di interagire con gli altri. L’uomo, infatti, non ha mostrato alcun interesse per le relazioni umane, né ha dimostrato empatia verso Sharon Verzeni. La sua condotta, descritta come “parassitaria” e “superficiale”, ha messo in luce una mancanza di adattamento alle norme sociali e una scarsa considerazione per le conseguenze delle sue azioni.
Il caso di Sangare rappresenta un esempio di come i disturbi psichiatrici non sempre annullino la capacità di intendere e volere, ma possono influenzare il comportamento e le relazioni sociali. La giustizia ha stabilito che, nonostante i disturbi, Sangare ha compreso le conseguenze delle sue azioni e ha agito con intenzione. La sentenza finale sarà emessa dopo l’udienza del 22 settembre, quando il giudice dovrà valutare l’intero contesto e le prove presentate.
