Michael Christensen, il clown che ha insegnato a entrare nel dolore
Michael Christensen, il clown che ha insegnato a entrare nel dolore, torna a Monte San Giusto per il Clown&Clown Festival 2026.

Michael Christensen, l’uomo che ha insegnato ai clown a entrare nel dolore, torna a Monte San Giusto per il Clown&Clown Festival 2026. Dopo quarant’anni di lavoro in ospedali pediatrici, il suo impegno continua a influenzare il mondo della clownterapia e della relazione tra arte e salute. Il festival, che si svolgerà dal 1 al 4 ottobre, è un evento internazionale che ha trasformato il borgo maceratese in una “Città del Sorriso”. Quest’anno, la parola chiave è “Armonia”, un concetto che evoca l’unione di mondi apparentemente distanti: il clown e l’ospedale, la leggerezza e la responsabilità, l’arte e la cura.
Un’esperienza che ha cambiato la vita
Nel 1986, a New York, Christensen diede forma alla Big Apple Circus Clown Care Unit, portando artisti professionisti all’interno degli ospedali pediatrici. Questa iniziativa, nata da un’esperienza in un reparto di pediatria, ha trasformato il concetto di clown da semplice spettacolo a un lavoro di collaborazione con medici e personale sanitario. “Deve sapere le procedure sanitarie, le precauzioni universali, l’igiene, la differenza fra i diversi tipi di isolamento”, spiega Christensen. “Deve sapere persino in quale ordine indossare cuffia, mascherina, camice, guanti; avere cognizione di come muoversi dentro un ospedale proteggendo se stesso e gli altri.”
La sua esperienza ha avuto un impatto profondo, tanto che nel 2024 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Monte San Giusto, un riconoscimento che ha reso visibile il legame tra il festival e il lavoro di Christensen. Non ne avevo idea e ne sono stato molto felice, ha detto lui, ricordando quel momento. “Era il ventesimo anniversario del festival e sapevo che sarei stato in Italia. Avevo scritto agli organizzatori dicendo: ‘Che ne direste se venissi anch’io? Potrei essere il vostro healthcare clown ufficiale. Non voglio un compenso: datemi un posto dove dormire e fatemi mangiare il cibo preparato da quelle meravigliose signore che cucinano per noi’.”
La storia di Carmelo, un bambino che ha dato potere
Una delle storie più significative di Christensen è quella di Carmelo, un bambino in dialisi che, grazie a un incontro con un clown, ha trovato la sua voce. “Era un bambino in dialisi. Un giorno passai davanti a lui e feci un gesto con il cappello. Mi guardò e disse: ‘Fuck, clown!’”, racconta Christensen. “Pensai: okay… Prima di andare via, però, lasciai il mio numero di telefono all’infermiera. Quando tornai a casa, mia moglie mi disse che aveva ricevuto una telefonata molto strana. Dall’altra parte c’era una vocina che sembrava quella di un Munchkin del Mago di Oz. ‘C’è il dottor Stubbs?’ aveva chiesto. Mia moglie gli disse di no e gli domandò se volesse lasciare un messaggio. Quando il bambino capì che stava parlando con una donna, le rispose: ‘Come va, bella?’.”
Da quella telefonata nacque un rapporto durato due anni. Carmelo, che aveva trovato un modo per divertirsi, si trasformò in un clown d’ospedale. “Sì. Stavo lavorando con un prestigiatore che gli insegnava qualche gioco di lettura della mente e Carmelo si divertiva da impazzire. A un certo punto il mago gli disse: ‘Sai, sei proprio un bravo attore’. Fu come togliere il tappo da una bottiglia. Lui rispose: ‘Lo so! Recito sempre!’.” Christensen racconta con un sorriso questa storia, che dimostra come il potere di un clown può trasformare la vita di un bambino in difficoltà.
Christensen non si limita a portare il sorriso in ospedale. Lavora con la Federazione Nazionale Clown Dottori, che nel ventesimo anno della sua costituzione riunirà operatori e esperienze diverse per interrogarsi sul valore della rete nelle relazioni d’aiuto. Un workshop condotto dall’antropologo Enrico Nivolo ragionerà persino sul confine fra “ridere con” e “ridere di”: la risata come possibilità di relazione e inclusione oppure, quando cambia direzione, come strumento di esclusione. Il verbo che uso è ricevere, spiega Christensen. “Non consumarsi. Non sacrificarsi fino a svuotarsi. Ricevere. È un capovolgimento sottile dell’immaginario con cui siamo abituati a raccontare chi si prende cura degli altri. Come se la generosità fosse necessariamente una sottrazione: io do qualcosa a te, quindi ne avrò meno per me. La storia di Carmelo racconta un’altra possibilità. Ci sono cose che, passando da una persona all’altra, aumentano invece di diminuire.”
