Israele respinge una nuova forza internazionale nel Sud del Libano: “Vuole libertà d’azione”
Israele si oppone a una nuova forza di interposizione nel Sud del Libano, temendo limitazioni alla sua libertà d’azione.

Israele ha espresso netta opposizione a una nuova forza di interposizione nel Sud del Libano, dopo la fine del mandato dell’Unifil, sottolineando la volontà di mantenere la libertà d’azione nel territorio. La posizione israeliana, ribadita dal ministro della Difesa Israel Katz, si basa sulla preoccupazione che la presenza di terzi attori limiti la capacità delle forze militari israeliane di agire senza ostacoli. La decisione si colloca in un contesto di tensioni crescenti tra Tel Aviv e Beirut, con il governo libanese che cerca di trovare un accordo per il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle truppe israeliane.
Un rifiuto per la stabilità del Libano
Israele non vuole che altri Stati agiscano nel Sud del Libano, temendo che una presenza internazionale possa ostacolare le sue operazioni militari. Secondo Lorenzo Trombetta, esperto di Libano e corrispondente per l’Ansa da Beirut, Israele ha trovato nel sostegno degli Stati Uniti la sponda necessaria per evitare il rinnovo dell’Unifil e per rifiutare qualsiasi forma di controllo esterno. Trombetta ha sottolineato che la presenza di Stati esteri nel Sud del Libano potrebbe indebolire la credibilità dello Stato libanese e non rafforzarla, come ha sottolineato in un commento su come gli Stati agiscano per interessi propri.
Hezbollah e il rifiuto del disarmo controllato
Il movimento Hezbollah, che non è solo un attore armato ma anche un partito politico con radici profonde nel Libano, ha espresso un netto rifiuto alle proposte di disarmo controllato e alle “zone pilota” proposte da alcuni governi. Il segretario generale Naim Qassem ha definito tali meccanismi “illegali e privi di consenso libanese”, chiedendo lo smantellamento dell’accordo quadro del 26 giugno, che non ha portato né alla fine della guerra né al ritiro israeliano. Il disarmo di Hezbollah non è una questione semplice, poiché il movimento è radicato nella società e non si presta a un disarmo forzato. Trombetta ha ricordato che lo Stato non garantisce servizi essenziali e non offre alle comunità sciite, come a tutti gli altri cittadini libanesi, una protezione alternativa. Finché lo Stato non si comporterà da Stato, non esisterà alcuna base sociale per un disarmo volontario o con la forza.
La situazione si complica ulteriormente con l’opposizione di Israele al piano di una missione europea post-Unifil, proposto da Antonio Tajani al Meeting di Rimini. La proposta, che prevedeva la partecipazione di Paesi come Francia e Italia, è stata respinta da Tel Aviv, che considera la presenza di terzi attori come un ostacolo alla sua libertà d’azione. La posizione israeliana si basa anche sulla volontà di rallentare i negoziati in vista delle elezioni di ottobre, evitando decisioni che potrebbero portare a concessioni.
Nonostante i tentativi di mediazione, il quadro politico e militare rimane bloccato. Il governo libanese ha tentato di coinvolgere Hezbollah in negoziati a Roma, ma il movimento non ha espresso una posizione ufficiale. L’ambasciatore statunitense Michel Issa ha dichiarato che si aspetta di vedere cosa succederà ad Ali Taher, un leader chiave del movimento, nei prossimi giorni. Trombetta ha sottolineato che Israele non ha alcuna intenzione di negoziare un reale disimpegno dal Sud del Libano, e che il principio dell’accordo quadro di giugno appare fragile.
La situazione sul terreno mostra una crescita delle attività militari israeliane, con l’espansione di infrastrutture e la costruzione di nuove strade, che suggeriscono una permanenza prolungata nel territorio. Trombetta ha ricordato che il disarmo di Hezbollah non è una questione semplice, poiché il movimento è radicato nella società e non si presta a un disarmo forzato. La mancanza di progressi nei negoziati e la crescente tensione tra le parti indicano un quadro di instabilità che potrebbe persistere per molto tempo.
