La guerra di Bush jr ha alimentato il radicalismo islamista e nuovi pericoli globali
La guerra al terrorismo ha generato nuovi gruppi radicali e tensioni internazionali.

La guerra al terrorismo e i suoi effetti collaterali
La guerra al terrorismo, proclamata da George W. Bush nove giorni dopo l’11 settembre, ha segnato un cambiamento radicale nella politica internazionale. Il discorso di Bush al Congresso fu un punto di svolta, in cui il presidente degli Stati Uniti presentò il terrorismo come un nemico globale, un’entità quasi metafisica che doveva essere combattuta con metodi estremi. Questo approccio ha portato a una serie di conseguenze complesse, tra cui l’emergere di nuovi gruppi radicali e l’affermarsi di regimi autoritari che hanno sfruttato la situazione per reprimere opposizioni.
La guerra ha creato un ambiente in cui il terrorismo è diventato una categoria ambigua e spesso strumentalizzata. Mentre il mondo occidentale si concentrava su un nemico invisibile, gruppi come Al Qaeda hanno trovato spazio e supporto in contesti in cui la guerra ai sovietici aveva creato un vuoto di potere. L’organizzazione di Osama bin Laden, costruita con armi e aiuti forniti da Washington e altre potenze, ha dimostrato come la guerra possa generare nuovi pericoli.
Il radicalismo islamista e l’emergere di Isis
Nonostante l’uccisione di Osama bin Laden, il radicalismo islamista non è scomparso, anzi ha prodotto un mostro perfino più feroce di Al Qaeda: l’ISIS. Questo gruppo, nato come estremo rifiuto del controllo esterno, ha sfruttato le fragilità dei paesi in guerra e la mancanza di stabilità per espandere il proprio potere. Oggi, l’ISIS opera in diverse regioni del mondo, causando distruzione e instabilità. La guerra ha alimentato un ciclo di violenza che ha reso più complessa la lotta contro il terrorismo. Mentre le società occidentali si sentivano più sicure grazie alla riduzione degli attentati, il prezzo pagato è stato alto. La collaborazione tra apparati di sicurezza ha portato a metodi estremi, come il water-boarding, e a una perdita di sovranità in alcuni paesi.
La guerra al terrorismo ha reso più sicure le società occidentali, come dimostra il rarefarsi degli attentati islamisti. Tuttavia, ha avuto un prezzo. Alcune grandi democrazie si sono accordate il diritto di “interrogare” gli islamisti considerati «radicali» con metodi come il water-boarding che si possono chiamare “tortura”. E soprattutto gli occidentali non hanno levato la minima protesta mentre regimi come l’Egitto di al-Sisi sbranavano Fratelli musulmani a centinaia spacciandoli per terroristi, una realtà che abbiamo scoperto solo quando gli stessi metodi sono stati applicati a un italiano, Giulio Regeni.
La prigione di Guantanamo, dove tuttora gli USA detengono prigionieri mai sottoposti a un processo, è un simbolo di questa contraddizione. Inoltre, la giustizia è un’odissea: il processo sull’11 settembre inizierà (forse) nel 2028. Un altro lascito nefasto è nel perdurare di due malintesi. Per quanto nel suo discorso al Congresso Bush avesse voluto distinguere tra Al Qaeda e islam, in Occidente vasti settori della politica e dei media sposarono la teoria dello «scontro tra civiltà», che nella sua interpretazione corriva vede i musulmani come inevitabilmente ostili alla democrazia e all’Occidente.
La guerra ha creato un sistema in cui il terrorismo è diventato una categoria politica, non solo un fenomeno sociale. Senza una definizione chiara, il terrorismo può essere usato come strumento per giustificare repressioni e violazioni dei diritti umani. La guerra al terrorismo, iniziata con l’11 settembre, ha dato origine a un ciclo di violenza che continua a influenzare il mondo.
