Decreto Sicurezza, lo “scudo” 45-bis già applicato: il caso Teramo prima di Bologna
Lo “scudo” del decreto Sicurezza non è una novità dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna. Il modello 45-bis era già stato utilizzato in precedenti indagini su morti in custodia.

La morte di Abderrahim Fakir a Bologna non rappresenta il primo utilizzo dello “scudo” introdotto dal decreto Sicurezza per proteggere gli investigati in caso di reati apparentemente commessi in presenza di determinati presupposti. Come riferisce ilfattoquotidiano.it, il modello normativo del cosiddetto articolo 45-bis era già stato applicato in precedenza, con il caso di Teramo che rappresenta un precedente rilevante nella gestione giudiziaria di episodi legati al contenimento fisico da parte delle forze dell’ordine.
Il video che documenta gli ultimi istanti di vita di Fakir mostra l’uomo bloccato a terra da agenti di polizia mentre grida ripetutamente “aiuto”, fino al sopraggiungere del silenzio. La ricostruzione delle circostanze e delle cause di questa morte è ora sottoposta al meccanismo protettivo previsto dal decreto Sicurezza, uno strumento normativo che introduce specifiche tutele per chi è indagato in determinati contesti operativi.
Il precedente normativo: quando il contenimento diventa questione penale
L’applicazione dello “scudo” 45-bis nei casi di morte avvenuta durante il contenimento fisico da parte delle forze dell’ordine rappresenta un nodo cruciale nella gestione investigativa. Come evidenziato da ilfattoquotidiano.it, il precedente di Federico Magherini è emblematico di come il contenimento fisico possa, in determinate circostanze, trasformarsi in una questione di responsabilità penale quando l’esito è fatale.
La morte di Fakir immobilizzato a terra pone interrogativi identici a quelli emersi in altri episodi precedenti: le modalità di contenimento, la durata dell’immobilizzazione e le condizioni di salute della persona sottoposta a tale tecnica. In questi casi, il decreto Sicurezza prevede uno “scudo” procedurale che influisce sulle modalità di investigazione e sulla determinazione delle responsabilità penali.
Il ricorso a tecniche di contenimento durante operazioni di polizia è una pratica diffusa e, nella maggior parte dei casi, conclude senza conseguenze letali. Tuttavia, quando si verificano decessi associati a queste operazioni, emergono questioni complesse riguardanti le procedure adottate, la formazione degli operatori e la proporzionalità dell’intervento rispetto alle circostanze specifiche di ciascun episodio.
Il modello Teramo e la replica nel caso bolognese
Il fatto che il caso di Teramo abbia già costituito un precedente di applicazione del modello 45-bis suggerisce che le autorità hanno già sviluppato una modalità operativa e procedurale per affrontare situazioni di questo tipo. La replicazione di questo schema nel caso di Bologna indica una continuità nelle scelte normative e investigative, sebbene ogni caso presenti caratteristiche specifiche che ne determinano gli esiti.

L’articolo 45-bis del decreto Sicurezza introduce protezioni procedurali che modificano le tempistiche e le modalità ordinarie di investigazione penale. Questa cornice normativa, applicata già a Teramo e ora a Bologna, rappresenta una scelta di indirizzo che tocca equilibri delicati tra la tutela di chi opera nelle forze dell’ordine e l’accertamento della verità nei casi di morte durante operazioni di sicurezza.
La documentazione video disponibile nel caso Fakir offre un elemento di straordinaria chiarezza rispetto a molti episodi precedenti, dove le ricostruzioni si basavano prevalentemente su testimonianze e relazioni ufficiali. Le grida udibili nel filmato e il successivo silenzio pongono questioni immediate sulla durata dell’immobilizzazione e sulle condizioni fisiche della persona durante il contenimento.
L’applicazione della normativa dello “scudo” in questo contesto solleva questioni di ordine generale sulla coerenza delle procedure investigative quando i fatti risultano documentati visivamente. La precedente esperienza del caso Teramo fornisce un riferimento normativo e procedurale, ma ogni episodio mantiene peculiarità che richiedono una valutazione indipendente delle circostanze specifiche.
La ripetizione di questo schema procedurale in episodi analoghi suggerisce che il legislatore ha inteso introdurre una disciplina uniforme per una categoria di casi, indipendentemente dal luogo geografico o dalle circostanze operative specifiche. Tuttavia, la trasposizione di modelli procedurali da un caso all’altro richiede una costante verifica della loro efficacia nel garantire sia la tutela degli operatori sia l’accertamento trasparente dei fatti quando vite umane sono in gioco.
