Confcommercio: 96 mila negozi chiusi in sette anni, Urso contro la desertificazione

Confcommercio presenta il rapporto sul commercio: -96mila negozi dal 2018, ma aumentano fatturato e produttività per addetto del 27,9%. Urso: no alla desertificazione.

Uomini d'affari discutono di grafici e dati economici durante una conferenza stampa sulla situazione del commercio
Uomini d’affari discutono di grafici e dati economici durante una conferenza stampa sulla…

Dal 2018 a oggi sono scomparsi quasi 96 mila negozi dal panorama commerciale italiano. A documentarlo è il rapporto sul commercio presentato stamattina da Confcommercio, illustrato dal presidente Sangalli e dal direttore dell’ufficio studi Bella. Si tratta di una perdita di esercizi che rappresenta un dato rilevante per le dinamiche del settore retail nel paese, anche se accompagnato da andamenti meno negativi su altri fronti economici della distribuzione.

La contrazione del numero di negozi e la spinta produttiva

Nonostante la chiusura di decine di migliaia di punti vendita, il rapporto Confcommercio restituisce un quadro meno univocamente negativo. Il fatturato complessivo del settore è aumentato dal 2018 a oggi, seppure con meno esercizi operativi. Questo paradosso apparente trova spiegazione nel miglioramento della produttività per addetto, che è salita del 27,9% nello stesso periodo, passando da 172 mila euro a 220 mila euro. Le aziende che hanno resistito alle difficoltà hanno dunque incrementato significativamente la loro efficienza operativa.

La riduzione del numero di negozi è stata commentata dallo stesso presidente Sangalli come perdita di “quasi 100 mila punti vendita”, sottolineando l’entità del fenomeno. L’ufficio studi dell’associazione ha analizzato queste tendenze nel contesto di trasformazioni strutturali che stanno ridisegnando il retail italiano, dal consolidamento verso format più grandi alla pressione dell’e-commerce.

La reazione del governo e il tema della desertificazione commerciale

Il ministro Urso ha risposto al rapporto di Confcommercio ribadendo il rifiuto di “rassegnarsi alla desertificazione” dei centri commerciali e delle aree urbane. La preoccupazione del governo riguarda le conseguenze sociali della chiusura massiccia di negozi su città e borghi. La perdita di esercizi commerciali, infatti, non produce solo effetti economici diretti sui bilanci delle aziende, ma influisce sulla vitalità dei centri urbani, sulla qualità della vita dei cittadini e sull’occupazione nel settore.

La posizione di Urso riflette una prospettiva che va oltre i soli dati di fatturato e produttività: la presenza di negozi fisici rimane un elemento cruciale per l’attrattività dei centri storici e delle comunità locali. Quando un negozio chiude, non scompare soltanto un’attività commerciale, ma si riduce anche la capacità di quei luoghi di costituire poli di attrazione per cittadini e turisti.

Il rapporto presentato stamattina da Confcommercio, quindi, evidenzia non soltanto numeri di crisi legati alle chiusure, ma anche un processo di trasformazione del commercio italiano verso modelli di maggiore concentrazione. Aziende più grandi e efficienti hanno sostituito progressivamente le piccole strutture tradizionali. Questo movimento rappresenta un fenomeno globale nei paesi sviluppati, ma che in Italia solleva interrogativi specifici sulla capacità del sistema di mantenere una distribuzione equilibrata di attività commerciali nei territori.

Il contesto economico e prospettive

La situazione documentata da Confcommercio si colloca dentro una fase di trasformazione profonda del commercio europeo, dove la compressione dei margini, la concorrenza della grande distribuzione e la diffusione dello shopping online hanno accelerato consolidamenti e uscite dal mercato. Tuttavia, il dato sulla produttività in crescita suggerisce anche che le aziende rimaste sul mercato hanno saputo adattarsi e innovare le loro operazioni.

La sfida per le istituzioni, come sottolineato da Urso, consiste nel trovare equilibrio tra questi processi inevitabili di trasformazione e la necessità di preservare una rete commerciale diffusa sul territorio, capace di servire comunità e di mantenere vivibili i centri urbani. Il dibattito che emerge dal rapporto di Confcommercio riguarda proprio come accompagnare il settore attraverso questi cambiamenti senza rinunciare agli obiettivi di coesione territoriale e qualità della vita.