Attentato a Berlino: Naso sottolinea il ruolo del web nella radicalizzazione islamista
L’attentato a Berlino del 26 luglio 2026 ha riportato al centro del dibattito la radicalizzazione islamista, con Paolo Naso che sottolinea l’importanza dell’integrazione e non della repressione per prevenire il fenomeno.

Il 26 luglio 2026, un attentato a Berlino ha sconvolto la città: un furgone ha investito una folla radunata per una manifestazione Lgbtq+ nel parco di Tiergarten, uccidendo una donna e ferendo diversi altri. L’aggressore, un 21enne di origine marocchina, è stato ucciso dalla polizia durante una caccia all’uomo. L’episodio ha riportato al centro del dibattito il tema della radicalizzazione islamista, con il politologo Paolo Naso che sottolinea il ruolo crescente del web nel processo di radicalizzazione e l’importanza dell’integrazione per prevenire il fenomeno.
La radicalizzazione islamista oggi nasce online
Paolo Naso, docente emerito di Scienza Politica alla Sapienza Università di Roma e ex coordinatore del Consiglio per le relazioni con l’islam presso il Ministero dell’Interno, ha analizzato l’evoluzione dell’estremismo islamista. Secondo Naso, il radicalizzato di oggi ha caratteristiche diverse rispetto al passato: tende ad agire da solo, spesso è un immigrato di seconda o terza generazione, ha sperimentato condizioni di disagio sociale e marginalità, e non di rado presenta problemi psichici. La radicalizzazione, oggi, nasce principalmente sul web, alimentata da messaggi d’odio e da una sensazione di esclusione.
Il politologo ha sottolineato che il fanatismo jihadista sembra essere “silente” in Europa rispetto agli anni precedenti, quando gli attentatori si formavano in campi militari in Siria e Iraq. Oggi, invece, la radicalizzazione si sviluppa in modo individuale, spesso attraverso percorsi “fai da te” alimentati da reti online. Naso ha citato Oliver Roy, che ha distinto tra il “radicalizzato che si islamizza” e l’“islamico che si radicalizza”, sottolineando che ghettizzazione, discriminazione e mancata integrazione sono elementi chiave nella “fabbrica sociale” del radicalismo.
Integrazione e prevenzione, non repressione
Naso ha criticato le soluzioni drastiche e unilaterali proposte in nome della sicurezza, che spesso si traducono in misure repressive e nell’indebolimento dei diritti fondamentali delle comunità religiose. Leggere il Corano, frequentare una moschea o vestire in modo islamico non significa necessariamente aderire all’islamismo radicale, ha sottolineato. L’esperto ha riconosciuto l’importanza di politiche di risanamento dei quartieri a rischio, investimenti nell’istruzione e interventi educativi, sostenuti anche da altre confessioni religiose. Il politologo ha ricordato l’esperienza del Consiglio per le relazioni con l’islam, istituito presso il Ministero dell’Interno, che aveva promosso un modello di “sicurezza integrata” coinvolgendo le comunità religiose nel monitoraggio e nella prevenzione della radicalizzazione. Naso ha espresso preoccupazione per il fatto che tale modello, ritenuto efficace, sia stato abbandonato a favore di soluzioni populiste che strumentalizzano il bisogno di sicurezza collettiva.
Un rischio sociale e politico
Secondo Naso, la distorsione interpretativa e giuridica che lega l’islam alla radicalizzazione non è sufficientemente denunciata, neanche dalle forze dell’opposizione. L’esperto ha sottolineato che le criticità sociali non si affrontano con la repressione, ma con interventi mirati a risolvere le cause strutturali del disagio. L’attentato a Berlino, dunque, non è solo un evento criminale, ma un segnale di un problema più ampio che richiede una risposta congiunta da parte di istituzioni, comunità e società.
