La sentenza per gli 007 egiziani, dopo 3.890 giorni dalla morte di Giulio Regeni
La sentenza per gli agenti egiziani coinvolti nella morte di Giulio Regeni, dopo anni di battaglie per la verità e la giustizia.
Oggi, dopo 3.890 giorni dalla morte di Giulio Regeni, la Corte d’Assise di Roma ha reso la sua sentenza nei confronti di quattro imputati, tutti appartenenti ai servizi segreti del Cairo. Il ricercatore italiano, trovato morto in Egitto nel 2016, ha segnato l’inizio di un processo che ha visto la famiglia e i pm di piazzale Clodio impegnati in una lotta costante contro il silenzio e le menzogne del regime egiziano. Oggi, la sentenza ha stabilito la condanna di quattro imputati per l’omicidio e le torture subite da Regeni.
La verità processuale e la resistenza della famiglia
La Procura ha sottolineato che il processo non ha consegnato una verità intuitiva, ma una verità processuale costruita attraverso prove documentali, dichiarative, tecniche e riscontri esterni. L’avvocata Alessandra Ballerini, che ha rappresentato la famiglia Regeni, ha ricordato come la famiglia non abbia mai cercato vendetta o punizione, ma solo verità e giustizia. La famiglia Regeni ha lottato a mani nude contro il regime, ma non ha mai perso un briciolo di dignità.
La famiglia Regeni ha affrontato ostacoli e minacce, ma non ha mai perso la dignità. “La famiglia Regeni non si è fatta mai contaminare dall’odio”, ha aggiunto Ballerini, ricordando come i genitori e la sorella di Giulio abbiano chiesto sempre “verità e giustizia”. La lotta per la verità è stata supportata da una scorta mediatica e dal popolo giallo, che ha sostenuto la famiglia in un percorso faticoso e in salita.
La condanna e il ruolo degli apparati di sicurezza
Per l’accusa, Regeni fu privato non solo della libertà e della vita, ma anche della sua condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa e limite. Il processo ha visto la richiesta di ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l’uomo che ha materialmente ucciso Regeni. Il processo ha visto la richiesta di ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l’uomo che ha materialmente ucciso Regeni, e condanne a 17 anni e mezzo di carcere per gli altri tre imputati. “Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana, ma l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza”, ha sottolineato la Procura. La famiglia Regeni, presente in aula, ha visto il frutto del loro impegno e della loro resistenza.
All’esterno del tribunale di Roma, era presente anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha espresso sostegno alla famiglia e al processo. La sentenza rappresenta una vittoria, ma per i familiari non è ancora la fine del cammino. “Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo”, ha detto Ballerini, ricordando come la lotta per la verità e la giustizia continui. La famiglia Regeni ha dimostrato che, anche in un sistema in cui il potere si esercita con l’arbitrio, la verità può essere costruita attraverso il lavoro, la resistenza e la determinazione.
