Impugnata condanna per femminicidio: chiedono riconoscimento aggravanti di stalking e crudeltà
Impugnata condanna per femminicidio: chiedono riconoscimento aggravanti di stalking e crudeltà

Filippo Turetta, 23 anni, è stato condannato all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin, 22 anni, avvenuto il 11 novembre 2023. La famiglia della vittima ha deciso di impugnare la sentenza di primo grado emessa dalla Corte d’Assise di Venezia, chiedendo il riconoscimento delle aggravanti di stalking e crudeltà. La Procura di Venezia ha depositato l’istanza di appello, in linea con le richieste espresse dal consiglio difensivo della famiglia Cecchettin. L’obiettivo è far riconoscere al reo confesso le aggravanti contestate dal pm Andrea Petrone, che avevano visto rifiutate durante il processo.
Le motivazioni della sentenza e la valutazione dei magistrati
La Corte d’Assise di Venezia, il 3 dicembre, ha emesso il verdetto di condanna riconoscendo la premeditazione, ma non le altre due aggravanti contestate. I magistrati, presieduti da Stefano Manduzio e esteso da Francesca Zancan, hanno spiegato che le 75 coltellate inferte a Giulia Cecchettin non costituivano “crudeltà”, ma erano il risultato dell’“inesperienza” e dell’“inabilità” del 23enne. Secondo le motivazioni, Turetta non aveva la competenza per infliggere colpi efficaci e ha continuato a colpire in modo non mirato, finché non ha realizzato che la vittima non c’era più.
La decisione dei giudici è in linea con una sentenza della Cassazione del 2015, in cui si affermava che la mera reiterazione dei colpi non può costituire aggravante se non eccede i limiti connaturali rispetto all’evento preso di mira. Per i magistrati, l’azione di Turetta, pur efferata, non si è trasformata in una manifestazione di crudeltà fine a sé stessa.
La relazione tra i due era connotata da un atteggiamento possessivo e controllante.
Lo stalking e le dinamiche della relazione
Lo stalking non è stato riconosciuto, poiché l’aggravante contestata è circoscritta al periodo in prossimità e a seguito della relazione intrattenuta. Il 23enne metteva in atto nei confronti di Cecchettin una “esasperante forma di controllo” e la relazione tra i due ragazzi è “sempre stata connotata dall’atteggiamento possessivo e controllante del ragazzo, le cui pretese erano tali da dar luogo più volte a discussioni”, come emerge con chiarezza anche dal tenore delle chat tra i due.
“Non solo egli pretendeva di controllare e selezionare le frequentazioni di Giulia, ma si aspettava che lei gli rendesse conto di ogni momento non trascorso assieme a lui, arrivando addirittura a tentare di imporle di rallentare gli esami e abbassare il proprio rendimento accademico per aspettarlo, così da arrivare a laurearsi insieme”, si legge nelle motivazioni.
Turetta ha ucciso Giulia perché non accettava che fosse libera di decidere la sua vita.
La difesa di Filippo Turetta ha depositato la richiesta di appello, chiedendo l’esclusione dell’aggravante della premeditazione e la concessione delle attenuanti generiche. L’avvocato Giovanni Caruso ha sottolineato la collaborazione prestata agli inquirenti e il comportamento processuale tenuto dall’imputato. L’avvocato Stefano Tigani, legale del padre della vittima, ha espresso soddisfazione per la decisione della Procura, ritenendo che le aggravanti contestate fossero effettivamente presenti.
La famiglia Cecchettin, attraverso il suo legale, ha espresso la convinzione che le aggravanti di stalking e crudeltà dovessero essere riconosciute. La Procura di Venezia, con l’impugnazione della sentenza, ha dato ulteriore speranza a una decisione che potrebbe modificare il verdetto di primo grado. L’obiettivo è far riconoscere al reo confesso le aggravanti contestate, in coerenza con le dichiarazioni fatte durante il processo.
