Lo schianto di Stefano non finisce qui

L’ultimo processo sul decesso di Stefano Cucchi non chiude la vicenda.

Lo schianto di Stefano non finisce qui
Lo schianto di Stefano non finisce qui

La morte di Stefano Cucchi non ha ancora trovato una conclusione definitiva. Anche se le ultime perizie sembrano indicare una causa naturale, come l’improvvisa epilessia, il dibattito pubblico e giudiziario non si è spento. Il collegio di periti, nominato dal giudice in un processo ancora in corso, ha espresso un’ipotesi non conclusiva, lasciando aperte le questioni sulle cause del decesso. L’epilessia è una delle due ipotesi valutabili, ma non è l’unica. L’altra riguarda una bradicardia da riflesso vagale, causata da una ritenzione in vescica neurogenica derivante da una frattura della vertebra S4. In parole semplici, si tratta di un problema legato alla colonna vertebrale danneggiata all’ingresso in ospedale.

Le incertezze diagnostiche e le responsabilità

La frattura della vertebra S4 potrebbe essere stata causata da una caduta accidentale o da una colluttazione. I periti non hanno potuto stabilire con certezza la causa, ma hanno sottolineato che la dilatazione fatale non sarebbe avvenuta se il paziente fosse stato adeguatamente sorvegliato in ospedale. Questo elemento ha riportato l’attenzione su una serie di insufficienze e mancanze, che hanno portato a un turbine di processi e indagini. Anche se alcune figure sono state assolte, il caso non si è concluso. Al contrario, si apre un nuovo capitolo, con ulteriori giudizi in arrivo.

Non è finita, perché anche sugli ultimi della serie pende il giudizio. Le perizie non prenotano sentenze, e la radicale impossibilità di certezza diagnostica sembra essere lo sfiato ultimo che prelude alla fine. Tuttavia, il dubbio doloroso persiste, impedendo di archiviare il caso Cucchi tra le storie giudiziarie irrisolte.

Un processo che non si ferma

Per noi non si tratta di reclamare condanne di qualcuno, ma di cercare una verità che possa dare senso a un decesso crudele. La vicenda resta intrecciata a profili di percosse e di incurie, di cui ci restano in memoria emozioni profonde. Il ritardo crudele, pensando alla mancanza di colloquio con familiari e difensori, mentre il corpo si infragiliva a morte, ha lasciato un segno indelebile.

Non può finir qui: è nei profili civili o incivili dei “sistemi” di cui ha bisogno il villaggio umano. (sicurezza e sanità in cima a tutto) che si annidano colpe e virtù, eroismi e vergogne. Sono i processi della coscienza l’ultima occasione di verità e di conversione; quelli che separano la retorica sulla nobiltà delle funzioni (giustizia, sanità, sicurezza) dal fallimento di scopo.

Non soltanto nella infedeltà, ma anche nell’incapacità di salvare una vita affidata e posseduta, c’è lo scacco fatale di quelle medesime funzioni. La storia di Stefano Cucchi ci ha riempito di passione fin dalle prime battute. Ci ha turbato, e a tratti indignato. Ci ha fatto spettatori di inchieste, processi, perizie, sentenze. Ci ha fatto lettori pensosi e dubitosi d’una ricerca delusa, a dar senso e rimedio possibile all’assurdo di una morte crudele di un uomo in custodia e in ospedale.

Non ci muove la voglia di appendere ad ogni costo qualcuno al cappio degli assassini, per uscire dal labirinto; nelle torbide oscurità dei sentieri del male non servono previe certezze a far da lanterna, ci vogliono prove. Non dite che finisce qui, se la vicenda della morte di Stefano resta intrecciata a profili di percosse e di incurie, di cui ci restano in memoria emozioni profonde.