Le crepe del modello Meloni: dublinanti, Ceuta e fallimento del Cpr in Albania
Le politiche migratorie dell’Italia e i rischi del modello Meloni, con focus su Ceuta, dublinanti e fallimento del Cpr in Albania.

Le politiche migratorie e le sfide del governo Meloni
La gestione della crisi di Ceuta, il ritorno dei dublinanti e il fallimento del Centro per il rimpatrio (Cpr) in Albania mettono in luce le crepe del modello migratorio adottato dal governo Meloni. Le politiche migratorie sono tra i risultati più sbandierati da Giorgia Meloni e dai suoi ministri, ma dietro il calo degli sbarchi rispetto alla grande ondata del 2023 si nasconde un quadro controverso: scelte contestate sul piano giuridico, scontri diplomatici con paesi amici e un impiego di denaro pubblico difficilmente compatibile con i risultati ottenuti. La decisione di sospendere Schengen nasce proprio dal tentativo di recuperare terreno nei confronti di Futuro nazionale.
La crisi dei dublinanti e le tensioni con l’Europa
Questa lunga estate ha riportato in auge la questione dei dublinanti, che diversi paesi europei hanno annunciato di voler rispedire in Italia. La situazione ha visto una lunga serie di tensioni con nazioni tradizionalmente amiche come Spagna e Germania. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha sottolineato che «la demagogia e il tentare di ottenere vantaggi partitici su una questione di tale gravità non è responsabile ma nemmeno è politicamente redditizia». La questione dei dublinanti lo ha dimostrato. La decisione di sospendere Schengen ha alimentato ulteriori tensioni, con rischi diplomatici per il governo italiano.
Il governo italiano ha visto un aumento delle critiche internazionali, con alcuni paesi che hanno espresso preoccupazioni per la gestione dei dublinanti. La situazione ha visto un aumento delle tensioni con l’Ungheria, che ha annunciato di non voler accettare alcun dublinante. Inoltre, il governo polacco ha fatto sapere che non ci sono casi impellenti di dublinanti con l’Italia, ma «qualora la situazione dovesse cambiare» il governo «chiederà alle autorità italiane di effettuare i trasferimenti in conformità con le nuove disposizioni». L’aria non è delle migliori per Meloni, che sul tema migratorio è stata superata a destra dal generale Vannacci.
Il fallimento del Cpr in Albania e i costi economici
Un altro grande cavallo di battaglia di Meloni è la costruzione dei centri in Albania. Un progetto nato male, che ha subito diverse modifiche sul piano del diritto, ma che continua a essere rivendicato come un grande successo. Il Centro per il rimpatrio costruito a Gjadër è sotto la giurisdizione italiana, l’intesa firmata con Rama non ha esternalizzato la responsabilità a Tirana. Se una persona inviata nel Cpr non può essere rimpatriata, questa deve quindi essere riportata in Italia. I dati mostrano il fallimento del progetto: il governo aveva preventivato una spesa di circa 650-680 milioni di euro nei primi cinque anni, ma i costi effettivi potrebbero arrivare a circa 800 milioni. A fronte di tale spesa, ingiustificata dal numero degli sbarchi in Italia, quante persone sono state effettivamente portate a Gjadër?
Stando all’ultimo accesso agli atti eseguito dall’europarlamentare del Partito democratico Cecilia Strada, da quando la struttura è diventata Cpr, fino a metà luglio, sono transitati 685 migranti. Di questi, più della metà sono stati dimessi: 379 per mancata convalida dei tribunali; 42 per motivi sanitari; 30 per mancata proroga del giudice di pace; 12 sono stati trasferiti in altri Cpr sul suolo italiano. I rimpatriati totali sono stati 101. Le strutture, nonostante i successi vantati dal governo, continuano a operare largamente al di sotto della capacità per cui erano state progettate. Senza contare le criticità sul piano dei diritti delle persone e il loro stato di detenzione. Nei primi mesi di attività del Cpr sono stati documentati almeno 21 episodi di autolesionismo o tentato suicidio, riferibili ad almeno nove detenuti. Una recente inchiesta di Altreconomia ha riportato i dati del registro degli eventi critici: nei primi 48 giorni sono stati ben 54. Lo scorso giugno, invece, una delegazione di eurodeputati ha riferito di sei tentativi di suicidio dalla metà di maggio.
