Moschea di via Linghindal a Mestre: comunità bengalesi chiede spazio per pregare, ma ordine di demolizione del 14 agosto
Comunità bengalesi a Mestre chiede spazio per pregare, ma ordine di demolizione del 14 agosto mette in discussione il loro diritto.

Centinaia di bengalesi si radunano ogni giorno nella moschea di via Linghindal a Mestre, un luogo di preghiera che per loro rappresenta un diritto fondamentale. Tuttavia, un ordine di demolizione del 14 agosto ha messo in discussione la legittimità del loro uso. La struttura, ubicata in un’area laterale di via Torino, è considerata non conforme alle normative e dovrebbe essere riconvertita in un uso commerciale, come era prima che venisse costruita la moschea. Nonostante ciò, i fedeli musulmani continuano a frequentarla, anche in giorni di preghiera, dimostrando un forte attaccamento al luogo. La comunità, che ha contribuito con piccole quote per la sua realizzazione, si sente abbandonata e priva di un luogo dignitoso per la propria fede.
Un diritto di preghiera, un bisogno di integrazione
La moschea non è vista come un problema per il Comune, ma come un’opportunità per una migliore convivenza. «La nostra necessità di fede non va contro voi italiani», afferma un giovane bengalese, che vive da anni in Italia e si sente cittadino. «Se rispettiamo le leggi e mostriamo rispetto, perché dire di no?». La comunità, composta da persone di diverse origini, cerca di integrarsi nel tessuto sociale, ma sente di non avere un luogo sicuro per pregare. «Si tratta di abitudini diverse», spiega un altro giovane, «i cristiani pregano un giorno a settimana, mentre noi tutti i giorni e più volte al giorno». Questo divario, spesso non compreso, genera tensioni, ma anche una forte volontà di dialogo.
Un ragazzo più giovane, in un italiano perfetto, spiega: «Penso che il sindaco dovrebbe lasciare che venga fatta, capisco la paura degli italiani che non hanno mai visto cosa si fa dentro, per questo dovremmo conoscerci di più e aver meno paura gli uni degli altri». La comunità, però, non si arrende e cerca di trovare un accordo che rispetti le leggi e le tradizioni. «E’ qualcosa che non va contro nessuno, non ci sono pericoli e anzi, dovremmo aprirla anche ai non mussulmani per mostrare con trasparenza quello che si fa dentro», suggerisce un membro della comunità.
Un’opposizione che non si spiega
Nonostante le richieste di integrazione e di rispetto, la comunità bengalese si trova di fronte a un’opposizione forte da parte di alcuni residenti italiani. «Molte volte i residenti italiani hanno ragione da vendere», ammette un ragazzo, «non tutti i bengalesi seguono le regole, ma fare ordine a partire dalla religione potrebbe essere un grande stimolo a maturare una completa integrazione». Alcuni sostengono che un luogo ordinato, con regole precise, potrebbe aiutare a formare meglio le persone per comportarsi come richiedono i costumi locali. «Noi siamo qui per lavorare, chiediamo solo di poter pregare», afferma un altro.
«Io rispetto tutte le religioni, ma penso che ai nostri figli serva uno spazio per pregare degno di questo nome», dice un uomo di mezza età che vive da trent’anni nella zona. «La nostra necessità di fede non va contro voi italiani, ma se rispettiamo le leggi e mostriamo rispetto, perché dire di no?». La comunità, però, non si dà per vinta e continua a chiedere un luogo dove pregare, con la speranza di trovare un equilibrio tra rispetto e integrazione.
La moschea ha lo scopo di pregare Dio, non creerebbe problemi al Comune. La comunità bengalese, composta da persone di diverse origini, cerca di integrarsi nel tessuto sociale, ma sente di non avere un luogo sicuro per pregare. «Si tratta di abitudini diverse», spiega un altro giovane, «i cristiani pregano un giorno a settimana, mentre noi tutti i giorni e più volte al giorno». Questo divario, spesso non compreso, genera tensioni, ma anche una forte volontà di dialogo. La comunità ha dato un contributo con una piccola quota per realizzare la moschea. Ora si sente abbandonata e priva di un luogo dignitoso per la propria fede. «E’ qualcosa che non va contro nessuno, non ci sono pericoli e anzi, dovremmo aprirla anche ai non mussulmani per mostrare con trasparenza quello che si fa dentro», suggerisce un membro della comunità. La situazione, però, resta complessa e richiede un confronto aperto tra le diverse culture.
