Razzismo come strumento di potere: la destra si affida a strategie di divisione

La destra utilizza il razzismo per ottenere consenso, con esempi in Israele e Usa. Strategie di divisione e propaganda razzista.

Un gruppo di persone si riunisce in un ambiente pubblico, con sguardi di tensione e discorsi di divisione
Un gruppo di persone si riunisce in un ambiente pubblico, con sguardi di tensione e discorsi di divisione

La destra si sta rafforzando in diversi Paesi del mondo, usando il razzismo come strumento per ottenere consenso e potere. In Israele e negli Stati Uniti, il razzismo è diventato una strategia politica chiave, con effetti diretti sulle politiche migratorie e sul controllo sociale. La resistenza dei liberali, tuttavia, si trova in un momento di difficoltà, con la destra che cerca di marcare le distanze dal cripto-razzismo a sinistra e dai malintesi che ne derivano.

Il razzismo come strumento di controllo

Il razzismo non è un fenomeno esclusivo di un solo gruppo o Paese. Esistono razzismi africani, arabi e asiatici, e talvolta sono partiti terzomondisti, originati da lotte anti-coloniali, a praticarli. In Israele, un certo spirito razzista ha cominciato a dilagare assai prima del massacro compiuto da Hamas. La destra israeliana, guidata da Netanyahu, ha sfruttato questa tendenza per ottenere vantaggi politici, incoraggiando il gangsterismo dei coloni nel West Bank. Questo non solo assicura i 700mila voti degli israeliani che vivono in quella regione, ma anche i pretesti per ridurre i diritti fondamentali e modificare il sistema politico.

Il razzismo si basa su convinzioni che danno un senso di superiorità e legittimità. Il razzista crede a quel che gli conviene credere, se lo aiuta a sentirsi parte di una comunità “forte”, superiore, legittimata a imporsi agli inferiori dalla storia, dalla fede, dai “propri valori” così diversi dai valori degli altri. Questo magma di credenze può tracimare nel sentire collettivo fino ad acquistare una certa legittimità.

La propaganda trumpiana e l’identità islamica

Nei due anni in cui Donald Trump è stato presidente degli Stati Uniti, ha adottato una serie di misure che hanno alimentato il razzismo. Ha deriso migranti con video e battute, deportato migranti in prigioni estere, fatto rimuovere libri sulla schiavitù dalle librerie militari, licenziato donne e persone di colore da posti governativi, e postato un video che ritrae Barack Obama e la moglie come scimmie. La propaganda trumpiana si concentra soprattutto sull’identità “islamica” di alcuni astri nascenti del Partito democratico. La destra italiana, guidata da personaggi come Galeazzo Bignami, ha adottato una posizione simile, accusando il Pd di voler islamizzare l’Italia.

La destra si appoggia a convinzioni che le danno un senso di superiorità. Il razzismo è un sentimento energivoro: per durare gli occorre una convenienza. Il profitto può essere soltanto psicologico ma talvolta anche pratico, come conferma in questi giorni il West Bank. Per quanto il consenso di cui gode Trump precipiti, il mondo dello spettacolo e i media in gran parte esitano a criticarlo temendo rappresaglie. La resistenza dei liberali deve essere credibile, e per farlo deve marcare le distanze dal cripto-razzismo praticato a sinistra e dai malintesi che ne derivano. Si sostiene che il razzismo sia una malattia dei “bianchi” figliata dal colonialismo. Non è così: esistono razzismi africani, arabi e asiatici, e talvolta sono partiti terzomondisti, originati da lotte anti-coloniali, a praticarli. La resistenza al razzismo dovrebbe fare volentieri a meno di compagni di strada che non condividono le sue idee.