Meloni e la credibilità europea: il sostegno a Kiev non basta

Meloni e la credibilità europea: il sostegno a Kiev non basta a preservare la sua posizione nell’Unione.

Meloni e la credibilità europea: il sostegno a Kiev non basta a preservare la sua posizione nell'Unione
Meloni e la credibilità europea: il sostegno a Kiev non basta a preservare la sua posizione nell’Unione

La fermezza del governo italiano nel sostegno all’Ucraina ha contribuito a rafforzare la posizione di Giorgia Meloni nell’Unione europea. Tuttavia, questa continuità non è sufficiente a garantire una piena credibilità nel contesto europeo. Il sostegno a Kiev, pur essenziale per preservare il ruolo dell’Italia in Europa, non basta a superare le contraddizioni che emergono in altre aree chiave, come difesa, clima e migrazioni. A Bruxelles, l’Italia ha mantenuto una posizione coerente con la linea atlantica e europea, ma le scelte politiche in altri ambiti rivelano un’impronta sovranista che mette in discussione la sua integrazione nel progetto europeo.

La difesa e la cautela verso gli strumenti comuni

La difesa europea rappresenta un primo esempio di questa ambivalenza. Il 5 agosto, la maggioranza ha approvato una risoluzione che impegna il governo ad attivare la clausola nazionale di salvaguardia per la difesa fino allo 0,9 per cento del Pil. Tuttavia, il compromesso raggiunto su SAFE, il programma europeo per i prestiti agevolati per gli investimenti nella difesa, mostra una persistente cautela verso gli strumenti comuni. Inizialmente indicato come una delle migliori condizioni di finanziamento, SAFE è diventato nel testo finale soltanto un’opzione da valutare se vantaggiosa. Questo risultato riflette le tensioni interne alla maggioranza e una difficoltà più profonda: sostenere la necessità di una difesa europea senza accettarne fino in fondo le conseguenze in termini di strumenti comuni.

Il clima e l’immigrazione: sfide non risolte

Un discorso analogo vale per il clima. Il governo ha fatto della revisione del Green Deal uno dei suoi cavalli di battaglia europei, chiedendo con forza una profonda e netta revisione dell’Emission Trading System (ETS). L’Italia ha ottenuto alcune delle flessibilità richieste, ma la pressione politica per riaprire gli impegni della transizione continua. Ancora più evidente è stato lo strappo sull’immigrazione. Di fronte alla crisi di Ceuta, Roma ha deciso di reintrodurre temporaneamente controlli per gli arrivi dalla Spagna, provocando una dura reazione di Madrid e suscitando interrogativi a Bruxelles sulla compatibilità e proporzionalità della misura. Pochi giorni dopo, i ministri dell’Interno europei hanno riconosciuto l’efficacia della cooperazione tra Spagna, Marocco e Commissione nella gestione della crisi, ma il perdurante scontro tra i governi italiano e spagnolo rappresenta un brutto colpo per la tenuta dello spazio Schengen.

La politica interna di Meloni, con la crescita dello spazio elettorale alla destra di Fratelli d’Italia, rende più costoso per il governo lasciare agli avversari le parole d’ordine contro Bruxelles, il Green Deal e l’immigrazione. Tuttavia, il problema non è soltanto italiano. Se uno dei grandi Paesi fondatori smette di contribuire all’avanzamento dell’integrazione proprio quando difesa, transizione energetica e gestione delle migrazioni richiedono chiaramente più capacità comuni, diventa più difficile per l’Unione produrre risposte all’altezza delle sfide. Il posizionamento elettorale di Meloni rischia di indebolire la coesione e la solidarietà europee proprio nel momento in cui queste rappresentano il migliore antidoto contro le minacce dirette all’Europa.

Il momento è particolarmente delicato: sono già entrati nella fase politica i negoziati sul bilancio europeo 2028-2034, quasi duemila miliardi di euro attraverso i quali si deciderà il futuro di coesione, agricoltura, competitività, difesa e transizione verde. La fermezza sull’Ucraina è stata essenziale per preservare il ruolo dell’Italia in Europa, ma la credibilità europea non è un credito permanente. Se Roma vuole continuare a contare nelle scelte dell’Unione, l’allineamento su Kiev resta una condizione necessaria. Sempre meno, però, sembra essere una condizione sufficiente.