I dazi di Trump: chi ha pagato davvero il prezzo?

I dazi di Trump hanno aumentato i prezzi per i consumatori, ma l’economia Usa cresce grazie agli investimenti in tecnologia.

Consumatori americani pagano più per beni di consumo, mentre investimenti in tecnologia sostennero crescita economica
Consumatori americani pagano più per beni di consumo, mentre investimenti in tecnologia sostennero crescita economica

La politica dei dazi di Donald Trump ha avuto effetti contrastanti sull’economia degli Stati Uniti. Mentre i consumatori pagano di più per molti beni di consumo, la crescita del Pil è sostenuta da investimenti in intelligenza artificiale e tecnologia. La Federal Reserve stima che il costo dei dazi si trasferisca quasi interamente sui prezzi pagati dai consumatori in circa sette mesi. Tuttavia, il settore dei servizi, che rappresenta la maggior parte dei consumi delle famiglie americane, non è stato colpito dalle tariffe. Nonostante l’effetto negativo sui consumatori, il Pil reale è cresciuto del 2,1% nel primo trimestre del 2026, grazie agli investimenti nell’intelligenza artificiale e ai nuovi impianti industriali.

Chi ha pagato davvero il prezzo dei dazi?

Secondo le stime di Goldman Sachs, circa il 55% del costo dei nuovi dazi è stato scaricato sui consumatori americani attraverso prezzi più alti. Gli effetti sui consumatori sono di due tipi: uno immediato e uno che si manifesta nel tempo. Quando gli Stati Uniti impongono dazi sul caffè, sugli iPhone o sulle banane, il rincaro è subito visibile e il consumatore può attribuirlo facilmente al dazio. Quando invece le tariffe colpiscono componenti elettronici, acciaio o altri input intermedi, l’effetto è meno evidente.

La fiducia dei consumatori è ai minimi, ma la crescita economica è sostenuta da investimenti in tecnologia. L’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è ai minimi dalla Seconda guerra mondiale. Tuttavia, il Pil non scende perché nel frattempo gli investimenti nell’intelligenza artificiale sostengono l’economia. Anche la produttività del lavoro è cresciuta e a Wall Street l’indice S&P 500 ha toccato ripetutamente nuovi massimi storici.

La politica dei dazi come leva per gli investimenti

La strategia dei dazi di Trump ha funzionato come una leva politica per ottenere accordi e investimenti che altrimenti sarebbero stati difficili da raggiungere. «Petrolio, aerospazio, automobili: dall’Europa al Giappone, la minaccia di nuove tariffe ha spinto diversi partner ad aumentare gli acquisti di prodotti americani e ad aprire maggiormente i propri mercati», spiega Carlo Altomonte. La politica tariffaria Maga è vista come un tentativo di invertire la rotta della globalizzazione, un’idea condivisa da economisti di diverse scuole di pensiero.

La politica dei dazi non ha ridotto il deficit commerciale né rilanciato l’occupazione manifatturiera. Nonostante i dazi non abbiano contribuito in modo significativo a raggiungere due degli obiettivi principali dell’amministrazione: ridurre il deficit commerciale e rilanciare l’occupazione manifatturiera, alcuni economisti continuano a sostenere le scelte del presidente. Oren Cass, capo economista di American Compass, afferma che la politica tariffaria Maga «andrebbe misurata con il metro della trasformazione strutturale dell’economia». La strategia di Trump, sebbene controversa, rappresenta un grande esperimento di politica economica e commerciale, con effetti che richiedono molto più tempo di un ciclo elettorale.