Il dolore di Giulia Cecchettin diventa un manifesto contro il patriarcato nel film *Se domani non torno
Il film *Se domani non torno* trasforma il dolore per il femminicidio di Giulia Cecchettin in impegno civile, denunciando il patriarcato e l’urgenza dell’educazione sessuale.

Un dolore trasformato in impegno civile
Il film *Se domani non torno*, presentato alla 21ª Festa del Cinema di Roma, nasce da un dolore profondo e si trasforma in un manifesto contro la cultura patriarcale. L’opera, ispirata al libro *Cara Giulia* di Gino Cecchettin, racconta la storia di Giulia Cecchettin, vittima di un femminicidio avvenuto il 11 novembre 2023. La scelta di trasformare il dolore in un impegno civile è stata descritta come una decisione difficile, ma necessaria. “Farne un film è stata una scelta difficile”, ha detto Gino Cecchettin, padre di Giulia, durante la conferenza stampa. La famiglia, attraverso il film, cerca di aprire un dibattito su temi che riguardano tutta la società, partendo dall’assenza di una figlia e dal percorso di una famiglia che cerca di trasformare il dolore in azione.
Il dolore non deve essere rimandato a un futuro che non arriverà. L’assenza di Giulia è al centro del racconto, e la scelta di non mostrare l’omicida è intenzionale: il focus è sull’impegno civile e non sulla colpa. “Credo che quando ci si focalizza su un colpevole si rischia di assolvere tutti gli altri”, ha spiegato Gino Cecchettin. Il crimine, per lui, è sistemico e non può essere ridotto a un singolo atto.
Il patriarcato come sistema da decostruire
La sceneggiatrice Lisa Nur Sultan ha sottolineato come i femminicidi non siano più dei casi isolati, ma dirette conseguenze di un sistema che perpetua la cultura del patriarcato. “I femminicidi non sono più dei casi, ma sono le dirette conseguenze di un sistema che Gino ed Elena Cecchettin ci stanno urlando in faccia di mettere a fuoco”, ha detto. Secondo Nur Sultan, la società ha mantenuto una cultura del patriarcato per decenni, e l’unica forma di attivazione per combatterne gli effetti è l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. “Non ci si può definire contrari ai femminicidi e alla violenza di genere senza pensare di incoraggiare l’educazione sesso-affettiva”, ha aggiunto.
La cultura del patriarcato non è un’eccezione, ma una norma. L’educazione sessuale, come strumento di sensibilizzazione, è vista come una risposta necessaria. La famiglia di Giulia, attraverso il film, cerca di mettere in luce come questa cultura si radica e come possa essere decostruita. “Il patriarcato è parte di noi, e dunque solo da noi può essere decostruito”, ha detto Gino Cecchettin.
Il film non si chiude su un caso isolato, ma cerca di aprire un dibattito più ampio. “Raccontare questa storia significa raccontare un dolore, ma anche un percorso di salvezza”, ha spiegato Gino Cecchettin. L’obiettivo è sensibilizzare il pubblico e farlo riflettere su temi che riguardano tutta la società. “Se non lo raccontiamo, quel dolore lo riviviamo”, ha detto, sottolineando l’importanza di non rimanere passivi di fronte a una realtà troppo spesso ignorata.
La Fondazione Giulia Cecchettin è totalmente coinvolta nel progetto, con l’obiettivo di sostenere un’opera che non solo racconta l’ultimo giorno di Giulia, ma anche la sua vita e i suoi sogni. “Lì i ragazzi possono rispecchiarsi e trovare il coraggio di qualche buona azione”, ha detto Gino Cecchettin. Il film, prodotto da Notorious Pictures, sarà distribuito dal 5 novembre e si propone come un testo orientato non a chiudere un caso doloroso, ma a aprire e rafforzare il dibattito su temi che riguardano l’intera società. “L’urgenza è reale, il momento è adesso, non domani”, ha concluso Filippo Timi, che ha interpretato il ruolo di Gino Cecchettin. La sua interpretazione è stata descritta come un esempio di reazione con valore e dolcezza, senza copiare alcun modello di violenza. “Arte e vita vanno a braccetto”, ha detto Timi, sottolineando l’importanza di un impegno che va oltre il cinema e tocca la vita reale.
