Daniele Petrucci: “Prima si accettava tutto, oggi i ragazzi cambiano palestra”

Daniele Petrucci racconta la sua carriera e la trasformazione del mondo della boxe. Dopo la scomparsa del maestro, i giovani non tollerano più le critiche.

Daniele Petrucci, ex pugile e allenatore, parla della sua esperienza e del cambiamento nella boxe
Daniele Petrucci, ex pugile e allenatore, parla della sua esperienza e del cambiamento nella boxe

Daniele Petrucci, classe 1980, è un ex pugile romano che ha fatto parlare di sé negli anni duemila, senza mai vincere il titolo europeo assoluto, ma riuscendo a entrare nel cuore del pubblico della boxe. Oggi, dopo la scomparsa del suo mentore e allenatore Carlo Maggi, è diventato maestro di boxe, ma racconta un mondo in trasformazione. “Prima dal maestro si accettava tutto: parolacce, cazziatoni, complimenti. Oggi i ragazzi alla prima discussione cambiano palestra”, dice Petrucci, riferendosi a una realtà in cui i giovani non tollerano più le critiche, anche se sono necessarie per crescere.

Un maestro che ha cambiato la sua vita

Carlo Maggi, il maestro che ha formato Petrucci, è stato una figura centrale nella sua vita. “In tre giorni è finito un mondo e mi sono trovato a fare l’allenatore”, racconta. La scomparsa di Maggi ha segnato un punto di svolta nella sua carriera. “Non si è mai pronti a un vuoto del genere”, dice, ricordando come la sua trasformazione in allenatore sia avvenuta quasi per forza. Petrucci, che ha iniziato a allenare a dieci anni, ha sempre visto il maestro come una figura di riferimento, tanto che “il maestro era il maestro. Veniva subito dopo il padre.”

La figura del maestro, una volta centrale nella formazione di un pugile, oggi sembra essere in declino. “Oggi i ragazzi non accettano più le critiche”, dice Petrucci, che cerca di trasmettere ai suoi allievi la stessa passione e il rispetto per il lavoro. “Oltre la fiducia nel maestro, l’inventiva sul ring”, dice, spiegando che i giovani devono imparare a trovare alternative e a nuotare da soli. “Io posso pure gonfiarti i braccioli, ma quando si sgonfiano devi imparare a nuotare da solo.”

Un passato di gloria e un presente di sfide

Petrucci, che ha combattuto in palazzetti pieni di gente, ricorda un’epoca in cui la boxe era un’arte viva, con un pubblico che seguiva con passione. “A Roma, davanti a dodici mila persone, sono andato vicinissimo alla vittoria”, dice, ricordando una delle sue sfide più importanti. “A Firenze invece no. Lì lui è stato più intelligente, più bravo e più preparato.” La sua carriera, però, non è mai stata solo di gloria. “Dopo quei match ero logorato”, dice, ricordando come la passione si sia spenta dopo alcune battaglie. “Un rientro? No, mai. Non ho mai visto nessuno rientrare e tornare più forte di prima.”

Oggi, con i social network e la pressione dei media, la boxe vive un’altra forma di comunicazione. “Se ci fossero stati i social ai tempi miei, oggi sarei miliardario”, dice Petrucci, che ha visto crescere il mondo della boxe in modo diverso. “Prima si faceva tutto col passaparola. Io sono Bucetto, come me in Italia non ce ne sono.” Il suo soprannome, che gli è stato dato da un amico scomparso, è un ricordo che tiene stretto. “Mi ha chiamato così un amico che purtroppo non c’è più. Era un soprannome che mi tengo stretto.”