Cancro dell’ovaio, una donna su 3 aspetta oltre un anno per la diagnosi

Indagine su 300 pazienti rivela ritardi diagnostici e disparità territoriali nei servizi di supporto. Nord-Sud divisi su supporto psicologico e accesso all’innovazione terapeutica.

Cancro dell'ovaio, una donna su 3 aspetta oltre un anno per la diagnosi
Cancro dell'ovaio, una donna su 3 aspetta oltre un anno per la diagnosi

Una donna su 3 con tumore dell’ovaio attende oltre un anno prima di ricevere una diagnosi. È il dato principale emerso da un’indagine condotta online a luglio 2026 che ha coinvolto circa 300 pazienti affette da questa neoplasia. La ricerca, presentata in conferenza stampa online, ha messo in luce non solo i ritardi diagnostici ma anche significative differenze nei percorsi di cura tra le diverse aree geografiche del Paese, con il Sud e le Isole particolarmente penalizzati nell’accesso ai servizi di supporto multidisciplinare.

La survey è parte delle attività della campagna “Insieme di Insiemi”, come riferisce adnkronos.com, promossa dalle associazioni pazienti Acto Italia, Loto Odv, aBRCAdabra, Alto e Mai più sole, insieme ai gruppi scientifici Mito e Mango, con il supporto non condizionante di AstraZeneca, Gsk, Pharma& e Abbvie. I risultati confermano che il ritardo diagnostico rappresenta il primo bisogno espresso dalle donne intervistate, con particolare evidenza tra le under 40, nelle quali il sospetto clinico tende a essere meno immediato per motivi legati alla rara presentazione della patologia nelle fasce d’età più giovani.

Le disparità territoriali nei servizi di supporto

L’indagine ha rivelato profonde differenze territoriali non nella diagnosi oncologica vera e propria, ma soprattutto nei servizi che accompagnano il percorso di cura. Il supporto psicologico raggiunge il 54% delle pazienti del Nord, ma soltanto il 35% al Centro e il 34% nel Sud e nelle Isole. Le donne che dichiarano di non aver ricevuto alcun sostegno variano in modo ancora più marcato: dal 34% al Nord si passa al 47% al Centro fino al 49% nel Sud e Isole.

Sandra Balboni, presidente di Loto Odv, evidenzia come il problema non sia solo la terapia oncologica. “Le differenze territoriali riguardano soprattutto i servizi che accompagnano il percorso di cura, che non può esaurirsi nella terapia oncologica”, ha osservato. Questo aspetto è cruciale perché il supporto psiconcologico, nutrizionale e riabilitativo rappresenta parte integrante della presa in carico complessiva della paziente, incidendo sulla qualità della vita e sull’aderenza ai trattamenti.

È importante notare che le donne intervistate beneficiano dei servizi offerti dalle associazioni pazienti a integrazione di quelli resi disponibili dai centri. Nel campione analizzato, 1 donna su 5 giudica poco approfondita o insufficiente la valutazione ricevuta, e la quota sale fino a quasi 1 su 3 tra le pazienti non seguite in un centro di riferimento. Questo dato sottolinea l’importanza della centralizzazione della presa in carico oncologica in strutture ad alto volume.

L’accesso all’innovazione terapeutica come priorità urgente

Vincenza Bologna, vicepresidente di Alto, sottolinea che più della metà delle pazienti, con percentuali comprese tra il 52% e il 61% nelle diverse aree del Paese, indica l’accesso all’innovazione terapeutica tra gli aspetti sui quali è più urgente intervenire. Questo dato riflette la consapevolezza delle pazienti rispetto alle nuove opzioni di trattamento e la frustrazione nel non poter accedere pienamente a terapie innovative, questione che varia significativamente a livello territoriale.

Ogni anno vengono diagnosticati oltre 5.400 nuovi casi di tumore dell’ovaio, una patologia che colpisce trasversalmente diverse fasce d’età, incluse le giovani donne. Secondo Sandro Pignata, direttore della Uoc di Oncologia medica del Dipartimento di Uro-ginecologia dell’Irccs Fondazione Pascale di Napoli e fondatore del gruppo Mito, dare voce direttamente alle pazienti rappresenta uno strumento prezioso per comprendere quali siano le principali criticità del percorso di cura.

I bisogni identificati e i prossimi passi

La ricerca ha identificato bisogni specifici legati al rischio eredo-familiare, all’accesso ai centri ad alto volume, al supporto psiconcologico, nutrizionale e riabilitativo, nonché all’innovazione terapeutica. Questi risultati confermano gli obiettivi raccolti nei 6 punti dell’Agenda di impegno presentata a maggio dalle associazioni e dai gruppi scientifici, che continueranno a portarli all’attenzione delle istituzioni.

La priorità dichiarata dalle organizzazioni coinvolte è chiara: aumentare l’accesso ai centri ad alto volume, garantire supporto psiconcologico strutturato su tutto il territorio nazionale, e facilitare l’accesso all’innovazione terapeutica. “Dobbiamo continuare a lavorare insieme, affinché ogni donna possa accedere rapidamente a una diagnosi, essere presa in carico nei centri ad alto volume e ricevere un’assistenza realmente multidisciplinare”, affermano i promotori della campagna. La survey rappresenta un punto di partenza importante per tradurre i bisogni reali delle pazienti in politiche e interventi concreti a livello nazionale e regionale.