Impreparati in quota? “Basta, fate pagare i soccorsi”. Ma non è così semplice

Il dibattito sui costi dei soccorsi in montagna divide l’Italia. Cosa dicono Soccorso alpino e Cai, perché addebitare le spese è rischioso e quali sono le forme di compartecipazione.

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Squadra di soccorritori in attrezzatura alpina soccorre un escursionista in difficoltà in paesaggio di montagna
Squadra di soccorritori in attrezzatura alpina soccorre un escursionista in difficoltà in…

Ogni anno il dibattito torna ciclico: chi si avventura in montagna senza preparazione adeguata dovrebbe pagare il prezzo dei soccorsi ricevuti? La domanda nasce da legittimo fastidio, ma nasconde dilemmi etici e pratici ben più complessi di quanto non sembri a prima vista. Proprio per questo il Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico insieme al Cai ha deciso di fare chiarezza, ribadendo un principio fondamentale che governa le operazioni di salvataggio in Italia.

Quando chiedere aiuto è sempre la scelta giusta

La posizione del Soccorso alpino e del Cai è univoca: “In presenza di pericolo, chiedere aiuto è sempre la scelta corretta”. Non è una formula di cortesia, ma una dichiarazione di responsabilità che rispecchia una pratica consolidata nel nostro paese. Nessuno tra coloro che si trovano in difficoltà in montagna dovrebbe farsi bloccare dalla paura di una fattura pesante nel momento in cui ha realmente bisogno di salvezza.

Eppure il tema resta delicato. Sui social network, sui forum di montanari esperti e negli interventi sui giornali regionali continua a riecheggiare la richiesta: “Basta, fate pagare i soccorsi”. Il sentimento sotteso è comprensibile. Chi scala con responsabilità, che conosce i rischi e si attrezza di conseguenza, fatica a capire perché debba pagare una parte della sua assicurazione (attraverso le tasse e i contributi alpini) anche per chi decide di partire impreparato di domenica mattina.

La questione economica: chi davvero rimborsa le spese

Sul versante puramente economico la situazione varia molto. Il Soccorso Alpino non presenta il conto alle persone soccorse come regola generale nel territorio nazionale, tuttavia in alcuni territori possono esserci forme di compartecipazione alla spesa richieste a chi viene recuperato. Non è quindi una realtà uniformemente gratuita, ma neppure un sistema di fatturazione automatica come potrebbe accadere in altri paesi europei.

Questa frammentarietà, che dipende da normative regionali e locali, alimenta confusione. Chi parte non sa bene se potrà ricevere una richiesta di contributo economico oppure no. Ma è proprio questa incertezza uno dei problemi più spinosi di fondo.

Il rischio nascosto di addebitare i soccorsi

Qui emerge il tema veramente complesso: cosa potrebbe succedere nel caso in cui una persona che si trova in difficoltà decidesse di non chiamare i soccorsi per paura di un esborso? Il quadro cambia radicalmente. Non si parla più solo di irresponsabilità individuale, ma di un disincentivo che potrebbe trasformare un pericolo temporaneo in una tragedia.

Una persona che sta male non ragiona con la lucidità di un economista. Se sa che chiedere aiuto comporterà un debito significativo e magari la pubblico della responsabilità, potrebbe aspettare più del dovuto, compromettendo le sue condizioni fisiche. O peggio, potrebbe convincersi che il suo compagno di escursione avrebbe dovuto fare “piu’ attenzione” e quindi esitare nel lanciare un sos, trascinando entrambi verso conseguenze irreversibili.

Già oggi il sistema dei soccorsi in montagna è sottodimensionato in molte regioni. Aggiungere una barriera economica al momento della chiamata significa moltiplicare il rischio che interventi tardivi rendano sempre piu’ complicate le operazioni di salvataggio, aumentando esponenzialmente i costi complessivi (sia economici che umani) rispetto a quello che si risparmierebbe con la fatturazione.

Equilibrio tra responsabilità e solidarietà

Il tema complesso rimane questo: come costruire un sistema che scoraggi l’incoscienza senza però mettere vite a rischio. Non è così semplice (e giusto) come potrebbe sembrare a chi, infastidito dalla notizia dell’ennesimo soccorso a un appassionato fai-da-te, grida subito al costo da addebitare. Il dilemma dietro ogni Sos non si risolve con una norma sulle tariffe.

Alcune aree affrontano il problema con incentivi diversi: corsi di sicurezza obbligatori per chi frequenta determinate zone, bolli e permessi, assicurazioni specifiche facoltative. In altri paesi si è scelto il modello del costo iniziale. Ma in Italia, dove il tessuto socioeconomico è profondamente variegato e il diritto alla salute e alla salvezza è costituzionale, la strada rimane quella di responsabilizzare attraverso l’educazione piuttosto che attraverso il portafoglio nel momento della crisi.

Il Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico continua a scandire che la priorità è una sola: che nessuno, impreparato o no, rinunci a chiedere aiuto perché ha paura di pagare.

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