Sea-Watch denuncia responsabilità italiana per sanzioni e fermi: “Pronti a denunciare l’Italia”
Sea-Watch accusa Italia di responsabilità per sanzioni e fermi: “Pronti a denunciare”.

Sea-Watch, organizzazione umanitaria attiva nel Mediterraneo, ha annunciato di valutare l’ipotesi di denunciare l’Italia per le sanzioni e i fermi imposti alle sue navi. Dopo anni di ricorsi, le organizzazioni hanno espresso l’intenzione di chiamare in causa le responsabilità italiane, sostenendo che esiste un “profilo di colpa, se non di dolo”, come ha sottolineato Cristina Cecchini, legale di Sea-Watch. La decisione arriva dopo episodi di minacce e violenze subiti in mare da parte della guardia costiera libica e sanzioni in Italia che, secondo le organizzazioni, violano i diritti umani.
Minacce in mare e sanzioni in Italia
Le organizzazioni umanitarie, tra cui Sea-Watch, hanno sottolineato come la situazione in mare sia diventata insostenibile. Dopo anni di operazioni di soccorso, le navi sono state minacciate da autorità libiche e vessate da sanzioni governative. L’ultimo episodio riguarda la nave Sea-Watch 5, che ha subito un fermo amministrativo e una multa dopo aver salvato sei persone in acque internazionali. La nave è stata avvicinata da un’imbarcazione libica, da cui un uomo armato ha puntato un fucile contro l’equipaggio. La sanzione è stata contestata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha riferito di un mancato rispetto del decreto del 2023.
La Sea-Watch 5 ha risposto via radio a una chiamata dei libici e ha dato le informazioni richieste. Tuttavia, la contestazione riguarda proprio la mancata comunicazione al centro SAR libico. Il Tribunale di Agrigento ha già fatto un passaggio ulteriore, sottolineando che la semplice mancata comunicazione non è prevista come violazione sanzionabile. La legale ha anche richiamato una sentenza della Corte Costituzionale, in cui è chiaro che un ordine illegittimo non può essere sanzionato.
Responsabilità italiana e rischio di pullback
Le organizzazioni umanitarie sostengono che l’Italia potrebbe essere responsabile anche di un pullback, ovvero del ritorno in Libia di persone salvate. Secondo Cecchini, il coordinamento tra le autorità italiane e quelle libiche ha una funzione di protezione della vita in mare, ma l’attuale politica di sanzioni e fermi sembra abusare di questa funzione. L’Italia, a suo parere, non protegge le navi umanitarie, ma le espone al rischio di aggressioni. La legale ha anche sottolineato che le sanzioni sono progressive e che il rischio di confisca potrebbe scattare al prossimo episodio. Le organizzazioni stanno valutando l’ipotesi di denunciare l’Italia, non solo per le sanzioni, ma anche per la responsabilità di quanto accade in mare. La legale ha sottolineato che le conseguenze sugli equipaggi e sulle persone coinvolte negli incidenti dovrebbero portare a ritenere l’Italia responsabile di quanto succede. La Sea-Watch, con il suo impegno umanitario, continua a operare nel Mediterraneo, ma la situazione sembra essere sempre più complessa e rischiosa.
Le sanzioni non sono più un’arma di deterrenza, ma un mezzo di repressione.
La responsabilità italiana non è solo legale, ma anche morale.
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