Precari e salari bassi nel turismo italiano: il lavoro nero e la precarietà
Il turismo italiano si basa su contratti irregolari e salari bassi, con precari che vigilano sulle vacanze. Problemi in Francia e Spagna.

Il turismo italiano si basa su una rete di precari, contratti irregolari e salari bassi, con un sistema che non garantisce diritti né condizioni dignitose. Mentre il settore registra un avanzo di 2,7 miliardi di euro a maggio 2026, il lavoro stagionale è spesso sottopagato, con contratti di somministrazione e intermittenti che non rispettano le normative. Gli addetti ai servizi di pulizia, alla ristorazione e alla sicurezza sono i protagonisti di questa realtà, spesso senza ferie, malattia o Tfr. Mentre i turisti europei crescono del 4,5 per cento, i salari dei lavoratori stagionali restano al di sotto della soglia di povertà, con stipendi che oscillano tra gli 800 e i 1.000 euro al mese.
Contratti irregolari e salari bassi: il lavoro nero in spiaggia
Il lavoro stagionale in Italia è spesso caratterizzato da contratti pirata o fintamente regolari, con orari estenuanti e retribuzioni insufficienti. Molti lavoratori firmano contratti di 4 o 5 ore ufficiali al giorno, ma spesso ne lavorano 10-12, senza diritti né tutele. In alcuni casi, come scoperto dalla Guardia di Finanza di Bari, si assiste a situazioni di caporalato, con giovani bagnini pagati tra i 2 e i 5 euro lordi l’ora e costretti a restituire parte della busta paga in contanti. Questo sistema di lavoro nero e precario si estende a tutta la catena del turismo, dal settore balneare alla ristorazione, con conseguenze gravi per i lavoratori.
La precarietà è diventata un sistema, non un problema isolato. Molti stagionali fanno fatica a pagarsi l’alloggio, rischiando di andare in perdita. In alcuni casi, i contratti non rispettano neppure le normative, con orari non registrati e retribuzioni non corrispondenti al lavoro svolto. Il risultato è una situazione di sfruttamento che non ha limiti, con lavoratori che non hanno diritti né tutele.
La Spagna e la Francia: un modello diverso
Se in Italia il problema dei salari bassi e dei contratti irregolari è un tabù, in Francia e Spagna le regole per i lavoratori stagionali sono stringenti. In Francia, il salario minimo è aumentato del 2 per cento, arrivando a 11,88 euro l’ora, con turni di lavoro che coprono le 35 ore settimanali. In Spagna, invece, le aziende sono penalizzate se ricorrono frequentemente a contratti sotto i 30 giorni, e lo Stato incentiva i contratti intermittenti stagionali con maggiori tutele. Il salario minimo in Spagna è sopra i 9 euro l’ora, e sono stati adottati correttivi fiscali per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. Le regole vengono rispettate, pena sanzioni e aumento della tassazione per i trasgressori. In questi Paesi, il lavoro stagionale non è solo un fenomeno economico, ma un sistema che rispetta i diritti dei lavoratori. Mentre in Italia si tace sui salari dignitosi e sull’alloggio decente, in Spagna e Francia si cerca di garantire condizioni di lavoro dignitose, anche se non è un paradiso.
La situazione in Italia, invece, è diversa. Mentre i turisti europei crescono del 4,5 per cento, gli affitti delle case vacanze hanno subito un aumento del 45 per cento nei mesi centrali di luglio e agosto. Gli alberghi e la ristorazione sono cresciuti del 3,4 per cento, mentre i campeggi viaggiano intorno al 2,6. Tuttavia, l’inflazione, arrivata al 2,9 per cento, incide sul budget delle famiglie, con un aumento generalizzato dei prezzi che tocca anche la frutta, la verdura e il gelato. Mentre si celebra la crescita del turismo, si tace sui salari dignitosi, sull’alloggio decente e sul riposo che non sia una concessione feudale.
Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha annunciato con orgoglio l’incremento del saldo della bilancia dei pagamenti turistica, ma le dichiarazioni di deputati come Chiara Appendino mettono in luce il contrasto tra crescita numerica e diritti garantiti. Il lavoro stagionale in Italia non è solo un problema di salari, ma di una struttura economica che privilegia i profitti rispetto ai diritti dei lavoratori. Il paradosso italiano è chiaro: si celebra il turismo, ma si tace sui costi per chi ancora una vacanza può permettersela.
